Baby precario, la storia di Valentina

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Qualche tempo fa mi ha scritto Valentina. Ho deciso di pubblicare la sua lettera non solo perché è bella quanto è vera, ma anche perché mi da l’occasione per rispolverare un argomento che in questo blog ha sempre suscitato un vivace dibattito. Figlio no o figlio sì, nonostante tutto? E’ un argomento che scotta perché ci fa arrabbiare. Fa arrabbiare le donne che dicono di no, perché per loro quel rifiuto è una scelta obbligata e imposta, e fa arrabbiare quelle che hanno detto , perché portate a vivere questa scelta come un azzardo.

Di questo tema (Mamma sì, mamma no?) tornerò a parlarvene presto, in altra forma, meno scritta e più…. ecco.. teatrale. Sarà  una sorpresa, a cui potete contribuire scrivendo qui cosa ne pensate a proposito della scelta, combattuta, di diventare o meno genitori oggi.

Adesso vi lascio a Valentina, laureata e disoccupata, che nel suo blog racconta la  precarietà attraverso le voce del figlio che verrà.

Mi chiamo Valentina e sono una precaria e futura mamma di 33 anni, laureata e con una specializzazione presa a pieni voti e in tempi rapidissimi. Ho lavorato durante gli studi per potermi togliere dei piccoli piaceri, come i viaggi, e ho proseguito nel lavoro subito dopo la specializzazione, cominciando a fare lavori inerenti il mio percorso formativo, perché amavo quello che facevo e avrei voluto farlo per tutta la vita.
Un bel giorno approdo in un’azienda di abbigliamento dove riesco ad ottenere un contratto a tempo indeterminato e il lavoro dei miei sogni: addetta alla comunicazione aziendale.
Nonostante le difficoltà dell’ambiente e del lavoro, ho continuato a credere in quello che facevo e nella mia professionalità, anche nei momenti in cui l’azienda ha cominciato a traballare per colpa della crisi e a chiedere ai dipendenti riduzioni di stipendi e aumento di ore lavorative. Ho sempre lavorato come un somaro per arrivare un bel giorno a ricevere, come un fulmine a ciel sereno, la lettera di licenziamento in tronco per chiusura dell’ufficio. Così mi sono ritrovata la mattina dopo completamente sconvolta, senza sapere come organizzare le mie giornate, perché per anni avevo lavorato ed avevo organizzato la mia vita in funzione di questo.
Trascorsi mesi di sconforto e di totale inadeguatezza, ho deciso che dovevo rimboccarmi le maniche e ricominciare da capo. Così ho accettato un lavoro come commessa, dove mi sono sentita morire. Sfruttata, spiata, svalutata e la cosa che mi ha lasciato sconvolta è che c’era tanta gente come me, laureata, specializzata e precaria, che per poter pagare l’affitto doveva adattarsi a tutto. Con umiltà ho continuato questo lavoro per qualche mese fino a quando ne è arrivato un altro, che speravo fosse migliore, ma che in realtà mi ha portato di nuovo verso il basso. Sono incappata in un ufficio in cui mi veniva chiesto di aprire la partita iva per poter lavorare da segretaria. Al mio rifiuto, hanno deciso di temporeggiare senza farmi alcun contratto, fino a quando, stanca dell’ennesimo sfruttamento, ho deciso di dire basta e di andarmene.
Subito dopo il mio licenziamento, ho cominciato a stare male: avevo tachicardia, stanchezza, inappetenza. Mi sono detta che era lo stress, che stavo ritornando nel vortice dell’ansia, invece in maniera del tutto inattesa, ho scoperto di essere incinta.
Lo so che le donne sanno come si fa per rimanere incinta ma ti posso assicurare che per alcune circostanze di salute di mio marito, non era preventivabile una cosa del genere. All’inizio sono rimasta sconvolta ma poi ho pensato che fosse un regalo che la vita mi stava facendo, una specie di ricompensa per le difficoltà degli ultimi anni. Così ho cominciato a razionalizzare la cosa, dicendomi che dovevo affrontarla in modo sereno, cercando anche eventuali sussidi. Ovviamente la scoperta è stata amara: dopo aver lavorato alle condizioni imposte, perché l’alternativa era non lavorare, ho scoperto che avevo diritto solamente a un sussidio comunale irrisorio. Mi sono allora affrettata a fare la richiesta di prenotazione per le visite obbligatorie, perché non è che mi posso permettere più di tanto di fare visite private. Qual è stata l’altra amara scoperta? Tutto prenotato fino a luglio. Presa da questa serie di arrabbiature ho deciso di dar sfogo alla mia rabbia, creando un blog, www.babyprecario.com, che spero possa diventare una lavagna in cui far confluire lo sfogo di tante mamme o future mamme precarie, stanche di queste situazioni. A parlare è il piccolo “cecetto” che sta crescendo dentro di me, che vivendo la precarietà di questo modo, non può che essere anche lui un baby precario“.

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