Cosa c’entra Pippi Calzelunghe con il lavoro precario

i still have hope by essenza93

Qualche giorno fa ho ricevuto una sollecitazione da una mia lettrice. Lei si chiama Giana ed è stata prima una laureanda fuori sede in Beni Culturali (capito cara Cancellieri? fuorisede…), poi una laureata precaria e oggi una mamma “inoccupata” di tre figli. Mammainoccupata. Ecco, questo si che è un bell’ossimoro. Mi chiedeva perchè parlare solo di genitori precari e non di genitori inoccupati o disoccupati che dir si voglia. Forse perchè ho sempre scritto dando per scontato che la precarietà non fosse altro che l’anticamera della disoccupazione e che i due concetti, di fatto, fossere l’uno sinonimo dell’altro. D’altra parte, un lavoro precario, altro non è che una parentesi semifelice tra una periodo di disoccupazione e l’altro. Ma Giana ha ragione. Chiamiamo le cose con il loro nome. Allora le ho chiesto così di scrivere per me, e per voi. E lei lo ha fatto, raccontandosi in una lettera bella e sincera, parlando della sua storia così com’è, nuda e cruda, “semplice” ed emblematica, senza enfasi ma con emozione. Ho pensato di condividerla con voi, perchè questa è la storia di chi ha scelto pur non avendo scelta, rimettendosi in gioco come persona e come professionista. Con l’augurio che il suo racconto possa essere di aiuto a tante altre donne che vivono nella stessa condizione.

Ecco la lettera di Giana:

La mia è una storia come tante altre, semplice, niente di particolare, ma che ho il piacere di raccontare.

Ho 30 anni, sono nata e vivo a Palermo; laurea in Beni Culturali (2007) conseguita a Viterbo, quindi sono stata studentessa fuori sede. Da laurenda ho seguito (letteralmente) il professore della tesi in ogni sua iniziativa e attività (scavi, recensioni, ricerche bibliografiche, ecc. ecc.), con la speranza di…

Dopo la laurea per circa un annetto ho continuato a seguire “ quel professore, che in tutta onestà mi ha sempre detto che non poteva garantirmi niente (del dottorato nemmeno se ne parlava vagamente), eccetto 4 settimane di scavo l’anno retribuite con 500 euro e contratto da muratore! Ovviamente uno scavo archeologico dura sì 4 settimane, ma c’è un prima e un dopo che durano ben più di 4 settimane.

Mi sono posta un sacco di domande: continuare con lavoretti saltuari (cameriera) per non pesare sulle spalle dei miei? Fare l’eterna studentessa? Scuola di specializzazione? Master? Stage? Estero? Tornare a casa?

Alla fine dopo un anno dalla laurea, un corso di formazione, un master, abilitazione guida turistica, ho deciso di tornare a casa a Palermo.

Volevo occuparmi di comunicazione dei beni culturali e farlo in Sicilia, a Palermo.

Scelta dettata anche dalla speranza di “muovermi” meglio in un territorio familiare, e perchè no magari “aiutata” da qualche conoscenza. Ma la scelta è risultata dal punto di vista lavorativo fallimentare. Dal punto di vista affettivo no, infatti mi sono sposata e sono mamma di tre bimbi, ma questa è un’altra storia.

Appena tornata a Palermo ho collaborato un po’ con l’università, un po’ con aziende private che si occupavano di beni culturali, progetti e comunicazione. Sì, qualche collaborazione, lavoretto è arrivato, ma per lo più a titolo gratuito e senza contratto o con contratti strani. Faccio qualche esempio:

  • tutor (aula e stage) in un master sui Beni culturali e sul turismo con contratto a prestazione occasionale (retribuzione poco più di 1˙800 euro). Lavoro della durata di un anno e mezzo.
  • Redazione di testi per un sito internet di natura archeologica: mai retribuita. La motivazione è stata che dovevo fare la gavetta e non potevo pretendere di essere pagata.
  • Testi per apparecchiature per la fruizione turistica destinate a un importante sito archeologico siciliano. Contratto prestazione occasionale con una società (inesistente) di servizi vari.
  • Documentario per una azienda agricola sulla storia del vino e passito. In attesa da due anni di essere pagata.
  • Finchè non sono diventata mamma, ho accettato qualunque tipo di “lavoro” (uso sempre le virgolette, perchè un lavoro è pagato, altrimenti è volontariato), pur di conoscere, farmi conoscere e imparare. Ma è comunque concettualmente sbagliato: ogni lavoro va retribuito.

(A proposito di questo, lo dice anche Pippi Calzelunghe: “ogni tipo di lavoro va pagato”, pensa un pò…)

Poi, nel 2009 la prima gravidanza. Da allora mi è stato detto chiaramente: cresci il bambino, nel campo dei bbcc non c’è futuro, non ci sono fondi. Se vuoi collaborare con “noi “ (università, società di comunicazioni varie) a titolo gratuito, vieni, frequenti un pò l’ambiente e poi si vede. Se non fossi stata mamma e moglie, avrei anche accettato di fare quei lavoretti gratuitamente, ma non potevo permetterlo.

Adesso ho rinunciato a lavorare nel settore della comunicazione dei beni culturali, per inadeguatezza, paura, frustrazione, stanchezza, pigrizia…

Ho però sperato di poter fare qualcos’altro sfruttando l’altra mia grande passione: la cucina. Ho iniziato a proporre nelle scuole, negli asili, nelle ludoteche laborativi didattici di cucina per bambini. Ho ricevuto tanti no, (per la verità anche due si) non tanto per l’idea ma perchè non erano disposti a pagare (giustamente) una persona esterna, una persona in più per fare qualcosa che il personale scolastico avrebbe poututo fare.  Mi consolo pernsando che, per lo meno nelle scuole dove ho lasciato il progetto, hanno attivato laboratori di cucina per bambini, e mi piace pensare che magari hanno preso spunto dalla mia idea…

Ora ho partorito due gemellini… faccio torte per amici e parenti e non so cosa mi inventerò. So solo che nei documenti risulto inoccupata: nè disoccupata nè precaria, ma inoccupata e la cosa mi dà molto fastidio. Sono molto occupata: occupata a crescere i figli, occupata a gestire la casa, occupata a cercare di inventarmi un “lavoro” (uso sempre le virgolette).

Ci tengo a precisare che:

Sono molto fortuna perchè mio marito lavora come impiegato in un’azienda privata e i miei genitori ci sostengono (facendo da baby sitter e con “regalini” vari: pannolini, spesa).

Non mi piango addosso perchè non ho il lavoro, non mi sento l’unica al mondo, non sono nè la prima nè l’ultima, e molte delle colpe sono mie.

Sono disposta a “pagare”e a fare sacrifici, purchè servano per i miei figli”
Giana Di Lorenzo

Post post: Palermo, se ci sei batti un colpo e sperimenta il progetto di Giana. Glielo devi.

9 pensieri su “Cosa c’entra Pippi Calzelunghe con il lavoro precario

  1. Mi sento molto vicina a Giana perché la mia storia è molto simile alla sua: dopo la laurea due figli ed ho abbandonato tutti i miei lavoretti semi mal retribuiti.
    Adesso faccio qualche ora di pulizia e un altro lavoro senza tutele e malpagato.
    Purtroppo non ho il bernoccolo dell’imprenditrice e non sono capace di crearmi dal nulla un lavoro.
    Spero solo che a mia figlia le cose vadano meglio…

    • ecco, quando sento tutte queste storie, di donne e uomini laureati, che fanno le pulizie o altro… beh, ripenso a chi ci ha dato sempre dei bamboccioni, monotoni, mammoni e sfigati e la pacifista che è in me mi abbandona. Siete tutte noi.

  2. grazie per questa bella storia. cara Giana, sei tutte noi, di mamme e donne così è piena l’Italia… Manuela, grazie perchè riesci sempre a raccontare vicende così intense in un modo meraviglioso. Il tuo blog ci fa sentire meno sole.

  3. Grande manu mi piacerebbe raccontarti il mio mese di gennaio per segnare adriano in una scuola statale o comunale, ore di file nei servizi sociali dove alla fine non puoi che accettare il fatto che a 40 anni sei una donna che ha scelto da 20 di fare teatro nella vita ma sei e fai parte della categoria dei poveri ma quelli veri…

  4. Manuela, invitandomi a raccontare la mia storia, mi ha dato la carica!! So che non sono “la sola” e poter condividere con qualcuno la propria esperienza è la migliore terapia. Ora mi sento molto più propositiva…

    • Ma certo! ci siamo noi! ecco, non nel senso che ti possiamo svoltare la vita o la giornata, con tre figli, due gemellini, un non-lavoro… però, tutte noi, possiamo raccontarci e soprattutto ascoltarci. Rinnovo l’invito, Giana chiama, Palermo rispondi!!!!

  5. E’ davvero sconcertante che la maternità sia ANCORA socialmente concepita come un periodo di invalidità per la donna, assolutamente punitivo dal punto di vista lavorativo. ANCORA, ai colloqui, ci si trova a dover rispondere alla domanda “ha in progetto di avere figli?”.
    Da un punto di vista generale, per quanto riguarda precariato e inoccupazione, ho avuto modo di notare quanto radicata sia in questa nostra generazione la “mentalità dello schiavo”… cioè… come sono riusciti a convincerci che l’esperienza e la gavetta non vanno per nulla retribuite? Come abbiamo potuto lavorare gratis per periodi così lunghi? Forse l’unica colpa è proprio quella di non aver reagito con la giusta determinazione a queste ferite inferte alla dignità…

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